Madeleine Delbrêl. Una Chiesa di frontiera

Edi Natali, EDB, Bologna 2010


Presentazione dell’Autrice (Pistoia, 20 gennaio 2011)

Ancora una novità editoriale nel panorama degli studi sulla figura di Madeleine Delbrêl. E’ uscito a novembre, presso le EDB un lucido e stimolante lavoro di Edi Natali dal titolo “Madeleine Delbrêl. Una Chiesa di frontiera”.

Il saggio, presentato dinanzi ad un folto pubblico giovedì 20 gennaio a Pistoia, nel corso di un’interessante serata organizzata dal Centro culturale “J.Maritain”, è stato introdotto da don Giorgio Mazzanti, sacerdote fiorentino, teologo e docente della Pontificia Università Urbaniana, che ne ha scritto la presentazione, ponendo la Delbrel al fianco di figure femminili di primo piano e di grande spessore filosofico e teologico, quali sono state Edith Stein, Simone Weil, Etti Hillesum, Annah Arendt.

Punto di forza della Delbrel è la sua convinzione di esser in fondo sempre rimasta una convertita; alla base della sua esperienza cristiana c’è stata, infatti, un’autentica conversione, un incontro personale con Cristo che l’ha portata alla fede, strappandola al freddo e aspro ateismo della sua adolescenza e prima giovinezza; ad una fede che essa non ha mai vissuto come adesione a dettami teorici, ma come un legame vivente di amore e obbedienza, vissuto nella Chiesa ed espresso attraverso la preghiera.

Una preghiera che, anche nella sua esperienza come assistente sociale, ella ha sempre interposto fra azione e azione; una preghiera che le ha permesso di stare davanti a Cristo e al Vangelo in modo ostinato, senza cedere, per vivere nell’unica regola che è l’imitazione di Cristo e della lettera del suo vangelo, consapevole che è lo Spirito Santo che ci spinge dove vuole e che un nostro fallimento o successo non sono il fallimento o il successo dell’intera Chiesa.

Nella Chiesa la Delbrêl ha sempre cercato di cogliere, al di là della dimensione sociale, il Cristo presente ed il Suo prolungamento nella storia, facendone risaltare, secondo l’espressione di Origene, «l’ecclesiale» di contro all’«ecclesiastico», esercitando verso di essa una franchezza priva di asprezza, un discernimento amorevole, una fedeltà completa ma assai lucida.

A emergere è una Chiesa che sta in Dio, che vive di relazioni personali aperte ad una prospettiva ultima.

Per descrivere il rapporto che lega il cristiano alla Chiesa, la Delbrêl usa spesso un linguaggio concreto, vivo, come quando si serve della simbolica nuziale: non ci è chiesto di essere con Cristo-sposo come l’amico ma come la sposa, e questo incontro sponsale deve informare la nostra vita, facendoci scoprire il vero criterio di come avvicinare gli altri, di come dire, di come dare: con il proprio vissuto, limitato e ‘feriale’, abbandonando ogni moralismo e filantropia.

Ma anche abbandonando ogni prospettiva orizzontale o attivismo assistenziale: per il cristiano si tratta sempre di aprire l’uomo all’essenziale e all’eterno; e aprire all’eterno non significa certo dimenticare il temporale e il concreto, ma aprire questi alla vera umanità e pienezza.

Secondo Mazzanti lo scritto di Natali ha inoltre ben messo in evidenza il fatto che la Delbrel ha posto fra le sciagure contemporaneamente non solo la miseria, ma anche la ricchezza, non solo la condizione di chi è affamato, ma ancor di più forse quella di chi affama: è da portare Cristo sì a chi è oppresso, ma forse di più chi è causa di oppressione. Nella sua azione, la Delbrêl non ha mai abbandonato questa visione di grande equilibrio e ha sempre tenuto ben distinte quelle che padre Loew chiama la tendenza all’alleanza e la tendenza alla salvezza.

Ha vissuto nella Chiesa con atteggiamento di obbedienza, ma di un’obbedienza inserita nell’amore per Cristo e per l’uomo, trasformandola, così, in libertà che ama senza comandare, in amore che fa vivere e comunica parole di vita.

E solo se la Chiesa sarà viva, se dirà parole vive e non pronuncerà discorsi di una verità serva, solo

allora la Chiesa tutta sarà veramente missionaria, ponendosi con la sua realtà accanto a gruppi e culture diverse come un innamorato che sente amore e desiderio per ciò che non è e che gli manca, che sta di fronte a sè, sulla frontiera.

L’autrice del saggio evidenzia come quello della ‘frontiera’ sia termine chiave per comprendere profondamente l’esperienza ecclesiale della Delbrêl. Ma che cos’è la frontiera?

Frontiera non è linea netta e immobile, ma area dai contorni flessibili, zona di trapasso identitario, di contatto tra diversi; la situazione concreta in cui la Delbrêl si inserì con la sua azione di assistente sociale, nella scristianizzata e povera Ivry-sur-Seyne, le permise di sperimentare la ‘frontiera’ nel suo duplice aspetto di luogo di scontro e incontro, di soglia dove si incontra l’altro con il quale è necessario confrontarsi. Dopo aver sperimentato la frontiera dentro di sè, nell’ateismo, la sperimentò nella spaccatura fra cristiani e non, nella cittadina dove Dio l’aveva posta e la sua passata esperienza atea la spinse a ripensare totalmente la sua fede ed il suo modo di comunicarla.

Corse il ‘rischio’, entrando in relazione con un mondo povero e scristianizzato, tentando forme di collaborazione con le autorità comuniste che governavano allora ad Ivry. L’esperienza però la rese subito cosciente dei rischi di portare soltanto ‘pane’, trascurando di portare Cristo a chi affamava o semplicemente proponeva modelli di salvezza alternativi a Cristo.

Comprese che si trattava di portare assieme al pane la salvezza, e volle gettare questa luce sia sulle esperienze della Missione di Francia, sia su quella dei preti operai; esperienze delle quali ella non tardò a cogliere i limiti e i rischi.

Per fare ciò rinunciò a un abito, a una vita regolata, a una Regola, a una specifica e precisa visibilità: suo compito, come quello di ogni cristiano, sarà quello di creare comunità di persone unite ma non confuse, in cui ognuno porta il fardello della propria vita, delle proprie decisioni, assieme alla ricchezza della propria diversità.

Natali ha inoltre ben messo in evidenza come la Delbrêl, tenendo sempre unite la denuncia dell’ingiustizia e l’attenzione ai peccatori che la provocano, abbia cercato di far vivere una Chiesa che non fosse avvertita come una comunità di ‘perfetti’ col passaporto di buona condotta, ma come un ‘refugium peccatorum’.

La critica che, in nome della fede, ella fa alla Chiesa contiene in sé l’accettazione del paradosso: la Chiesa deve essere capace di guardare il male ma, soprattutto, di accoglierlo continuando ad amare il peccatore. Una Chiesa siffatta è tanto libera da non temere di toccare l’inferno della storia per salvarlo.

La sua ‘gioia di credere’ non è un leggero sorriso privo di ombre, poiché ella ha sempre dichiarato di non credere a una fede che impedisca di soffrire, poiché è soffrendo e amando che possiamo il massimo, è vivendo una spiritualità incarnata che si trova l’eterno nel tempo.

E l’esperienza della Delbrel mostra che questa spiritualità incarnata deve essere possibile viverla ovunque, ogni volta che si è disponibili a lasciarsi modellare dalle esigenze di chi bussa alla nostra porta o di chi incontriamo. Sulla strada. Sulla frontiera.

Il cristiano deve accettare di mettersi in balìa dell’altro, perché è proprio questo altro a costituire la ‘misura’ che Dio ha scelto per noi, il ritmo del ballo seguendo il quale Cristo ci chiede di ballare.

Con il gruppo di amiche che fin dal principio hanno condiviso con lei l’esperienza, la Delbrêl non ha seguito ricette o itinerari già prestabiliti, ma si è lasciata andare all’incontro con ogni singola persona con cui Dio le ha fatto intrecciare la vita, percependola come ‘l’atteso’. Non hanno operato scelte o distinzioni, spinte com’erano dall’unico obiettivo di portare Cristo nella misura e nei modi richiesti dall’altro.

Dalla Delbrêl ci giunge l’esortazione ad essere dunque cristiani ovunque e con chiunque, dissipando ogni tipo di demagogia, moralismo o atteggiamento filantropico.

Al termine dell’incontro è stata data rilevanza alla inconsueta, quanto interessante, scelta editoriale di arricchire il testo con un cartoncino-segnalibro ove sono riportate le considerazioni conclusive dell’autrice su quale Chiesa scaturisca dall’esperienza della Delbrêl: una Chiesa viva, capace di porsi alle molteplici frontiere del nostro presente e viverle come l’occasione di rinvigorire e rinnovare la nostra fede, viva e portatrice di vita ad ogni uomo di oggi.

Francesca Ricci

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