Papa Giovanni XXIII e Madeleine Delbrel

Un maestro inatteso

I tempi nuovi e la loro guida.
Noi non siamo i primi, come cristiani, a doverci introdurre in un tempo nuovo. Altri hanno dovuto, prima di noi, camminare su terreni sconosciuti senza potere imitare un precursore, un compagno. Ma Dio resta padre, non ci prova per farci cadere in tentazione. Se è necessario, ci invia delle guide e la grazia di riconoscerle.
Con l'alba di ogni tempo, queste guide sorgono. Oggi [1964] Paolo VI è il papa della chiesa in cammino: camminando vuole trovare la somiglianza col Cristo e l'incontro col mondo. Per metterci su questa strada, molte guide ce l'hanno indicata. Richiamare la loro memoria o evocarle sarebbe troppo lungo. Parlerò di una sola fra esse: Giovanni XXIII. Egli è inseparabile dalla lezione spirituale di cui sto parlando con voi. Ne fu l'ultimo maestro: quello che non attendevamo. Egli ci ha ricondotti là dove avevamo bisogno di ritornare: alla scuola materna.


"Un piccolissimo miracolo"

Ho letto un libro di ragazzi che portava questo titolo. Penso che Dio abbia dato ai poveri ragazzi che siamo - poveri ragazzi che non sono veri fanciulli – “un piccolissimo miracolo”. Questo miracolo è Giovanni XXIII.
Io non cerco la comicità ravvicinando a quest'uomo di campagna che fu un papa grande, le parole: “un piccolissimo miracolo”. In un tempo di prodigiose scoperte umane, in un tempo in cui l'umanità restringe l'universo in maniera vertiginosa, noi avremmo chiesto, se avessimo chiesto un miracolo, un prodigio a misura cosmica o, nella chiesa, trasformazioni repentine e universali. Avremmo chiesto qualcosa di stupefacente e di immenso. Io non so se alcuni di noi abbiano chiesto un tal prodigio. In ogni caso quel che abbiamo ricevuto è stato un papa, un vecchio papa, venuto dai poveri, uomo fra tutti gli uomini, prete fra i preti, vescovo fra i vescovi. Questo papa ha preso la velocità del nostro tempo. Si è messo al lavoro come se disponesse di una vita appena iniziata. Ha lavorato sapendosi condannato a morte. Sapeva che il Cristo ha riscattato il tempo, ciascun tempo di tutti i tempi. Egli non si è gingillato a scuotere gli scenari, a liberarsi anche quando lo si poteva fare, da situazioni antipatiche o incomprensibili alla maggior parte della gente. Si è sentito premuto al più: ha preso le parole di Cristo alla lettera, sapendo che i palazzi e le amministrazioni non potevano da soli contenerle. Le ha vissute con il suo realismo di contadino. E quel che non aveva il tempo di fare, lo ha lasciato a Dio perché sceverasse il loglio dal grano. Ha lasciato che il deperimento agisse, contentandosi di non venirgli in aiuto.
Questo papa ha teso le braccia al mondo intero e l'ha stretto a sé. È stato il prossimo di tutti, lasciando alla Provvidenza quel che del destino delle classi, delle razze, delle masse, egli non aveva il tempo di realizzare. Egli ha preso al mondo d'oggi la voce che la tecnica gli offriva per raggiungere ai quattro angoli della terra ciascun uomo, di cui Dio è padre.
Di Dio paterno e buono fu testimone umile, fedele e risonante. Testimoniò di appartenergli come ogni uomo vivente. Tra gli uomini creati da Dio, si collocò anch'egli anzitutto come una realtà. Egli ci ha fatto comprendere che solo la petulanza della nostra volontà può tenere prigioniera la missione del Cristo. Che questa missione è libera quando colui che la porta in sé obbedisce a colui che gliel'ha data. Ma ci ha ricordato che se il vangelo del Cristo deve essere annunciato in lingue umane, non può essere separato dal linguaggio stesso di Gesù Cristo, da quel linguaggio che è la bontà. Ci ha ricordato che la bontà, tanto svalutata nel mondo, ed anche tra noi, è con il nostro cuore la carne della carità. Dopo le sue prime settimane di pontificato, molti di noi si sono riconosciuti analfabeti del vangelo. Ci parlava delle "opere di misericordia" come di una scienza della scuola materna. Noi, non ne sapevamo più neanche il nome. Ma quando egli "praticava" una di esse, i non credenti, di fronte alla televisione, alla radio, al giornale, si meravigliavano come davanti ad un fenomeno sconosciuto.
Egli si mise semplicemente e chiaramente sulla soglia del cuore di ciascun uomo non da giudice, ma da amico, riservando solennemente a Dio di riconoscere in ciascuno la buona o la cattiva volontà. Nel nostro pianeta, convulso di paura, non ha atteso le lente pacificazioni alle quali si lavorava, per essere egli stesso un pacifico. Ci ha lasciato la sicurezza del suo realismo, quello di un contadino che conosce le leggi delle semine e delle vendemmie. Ci ha insegnato che, quale che sia il suolo del nostro mondo e del nostro tempo, le parole del Cristo sono leggi immutabili, che non passeranno neanche quando il cielo e la terra passeranno.
Quando morì, mentre tanti non credenti piangevano, ci restava di saper essere riconoscenti che fosse vissuto. Ci resta ancora da saldare il debito, indubbiamente analogo a quello della gente che ha conosciuto dei santi: ci resta da fare quel che ci ha insegnato, si viva a Ivry o si viva altrove. Giovanni XXIII ci ha dimostrato che, anche per un papa la vita cristiana è vivibile nel nostro mondo e nel nostro tempo.

Madeleine Delbrêl


(Noi delle strade, Gribaudi, Torino 1969, pp. 318-320)

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